• Lisa Bonsignori

IL MIO SENEGAL - Lisa

Decisi di andare in Senegal in un secondo, appena ricevetti da mia madre la foto di un cucciolo di leone. Gliel’aveva inviata una cara amica che si era trasferita là da qualche anno ed aveva fatto amicizia con una volontaria di una riserva privata il cui scopo era accudire i cuccioli di leone rimasti orfani per poi reinserirli nel loro habitat naturale.

Chissà perché ignoravo fino a quel momento che in Senegal ci fossero i leoni. Erano dieci anni che ogni giorno emettevo biglietti per Dakar e mi relazionavo con senegalesi di ogni zona del paese. Arduo lavoro, quello dell’emissione della biglietteria etnica, per differenze sociali e culturali in certi casi incolmabili. I ragazzi con i quali avevo fatto amicizia risiedevano prevalentemente in città. Molte volte si sono offerti di ospitarmi a casa loro in Senegal ed è capitato anche di provare alcuni piatti tipici, ma non fu amore a primo assaggio e l’idea di una vacanza in un luogo che associavo troppo al lavoro non mi allettava. Ho sempre pensato che, camminando per le strade di Dakar, o di Thies o Tuba mi sarei sentita in agenzia.

Ma dopo la foto di Nalla tutto è cambiato. Mi sono resa conto che quel luogo, con il quale avevo avuto a che fare ogni giorno per anni risultandomi indifferente, aveva molto da offrirmi e mi stava chiamando.

Ho atteso con trepidazione l’inizio della stagione migliore per visitare il paese e finalmente, a novembre, con mia madre, mia zia e la mia cara amica Diana, anche lei agente di viaggi, sono partita alla volta di Somone, una piccola località balneare sulla costa a circa un’ora da Dakar.

L’amica di mia madre aveva predisposto già tutto al nostro arrivo: aveva noleggiato un’auto spaziosa, prenotato per noi delle camere in un piccolo hotel direttamente sulla spiaggia a pochi passi da casa sua, programmato le attività di ogni giorno. Era davvero impaziente di mostrarci tutte le bellezze del Senegal.


Inutile dire che noi, prima di tutto, eravamo incontenibilmente impazienti di vedere Nalla, che nel frattempo aveva compiuto tre mesi. Una volta giunte alla riserva, però, abbiamo appreso con molta delusione che la piccola era stata portata in una zona dove non avevamo accesso, dove si era unita ad un branco di leoni e leonesse.

Ma la nostra tristezza non è durata a lungo, perché nella nursery Nalla aveva lasciato il suo posto a Simba, orfano di appena 5 giorni. Tenerlo in braccio è stata un’emozione infinita. Tu sei li, che culli questo piccolo fagotto di pelo, che sbadiglia e si addormenta sul tuo petto, e intanto pensi che nel giro di qualche mese sarebbe diventato trecento chili di muscoli e potenza, che il suo ruggito avrebbe presto fatto tremare la terra. Stavo coccolando il re della foresta. Se dicessi che non mi sono commossa, mentirei.


Ero in Senegal da neanche 24 ore e già avevo realizzato uno dei sogni della mia vita. Niente del resto del viaggio avrebbe potuto superare i pochi minuti insieme a Simba. Ma i giorni successivi non ci hanno risparmiato emozioni.

Prima di tutto, il nostro piccolo hotel, Africa 6 Page, era esattamente l’alloggio che volevamo per questo viaggio. Autentico, gestito e frequentato da senegalesi, oltre che da francesi, organizzava serate a tema con musica che attiravano ogni giorno molte persone. L’arredamento un pò arrangiato e spartano, la camera che si allagava ad ogni doccia, gli insetti che galleggiavano in piscina, non hanno influito negativamente sul nostro soggiorno. Si deve scendere a qualche compromesso, se ci si vuole addormentare con il sottofondo delle onde, fare colazione a piedi nudi sulla spiaggia con i granchi che si avvicinano, cenare in riva al mare e ballare al ritmo dei tamburi. Il cibo era fantastico. La colazione, di importazione francese, prevedeva baguette e croissant, che potevamo farcire con burro e marmellata. Per cena, nonostante la varia offerta di piatti, prevalentemente di pesce, mi sono completamente innamorata della yassa ai gamberetti e non ho potuto fare a meno di ordinarla per tutta la settimana. Questo piatto tipico del luogo, che viene proposto anche nella variante con pollo e con pesce alla griglia, prevede un’abbondante quantità di gamberetti cotti in padella insieme ad un contorno di cipolla bianca aromatizzata al curry, accompagnati da del riso basmati bianco. Non sono in grado, a parole, di descrivere il sapore di tale delizia, ne sono stata capace, una volta tornata a casa, di ricrearlo. Abbiamo scoperto, poi, che la pesca è uno dei principali metodi di sostentamento degli abitanti del luogo e che pesce e gamberi abbondano in quella parte di Oceano Atlantico.



Durante le nostre passeggiate sulla spiaggia infatti, che facevamo ogni mattina dopo colazione, incontravamo molti pescatori e ci imbattevamo in numerose imbarcazioni parcheggiate sulla sabbia. Anche se il programma della giornata prevedeva lunghi tragitti o escursioni impegnative, non riuscivamo a resistere al richiamo del mare e alla tentazione di camminare con i piedi bagnati dalla fresca acqua dell’oceano.

Una volta siamo arrivate fino alla laguna di Somone, distante pochi chilometri dal nostro hotel, casa di numerosissime specie di uccelli tra i quali i pellicani, volatili che hanno sempre suscitato la mia curiosità. Per potersi avvicinare il più possibile agli stormi e passare attraverso le foreste di mangrovie, abbiamo noleggiato una piccola imbarcazione a motore guidata da un ragazzo del luogo, che ci ha condotto nelle zone più suggestive.

Un’altra mattina invece, abbiamo camminato lungo la spiaggia di Ngaparou, villaggio vicino al nostro, cosparsa di palme e adornata di piante tropicali. Siamo state ben attente però a non addentrarci troppo a largo, durante i nostri bagni rinfrescanti. Le acque del Senegal, così come le sue foreste, sono abitate da animali e pesci tanto belli quanto pericolosi.



Non potevamo non andare a Dakar, la capitale del paese, metropoli sovraffollata, caotica, e inquinata. Difficile poter apprezzare il tempo trascorso in fila lungo i viali ricolmi di smog, ma è stato indispensabile per poter raggiungere due attrazioni di particolare significato non solo per il Senegal ma per l’intera Africa. La mattina l’abbiamo dedicata alla visita dell’isola di Goree, che si raggiunge in poco tempo di barca dal porto della città. Purtroppo, anche se l’ambiente è delizioso, gli edifici hanno colori sgargianti e la natura è generosa, questo luogo rappresenta una delle infamie più grandi della storia di tutto il mondo. Da qua infatti, partivano le navi cariche di schiavi dirette in America. Entrare nell’edificio dove uomini e donne, stivati peggio di animali, attendevano il loro triste destino genera la stessa sensazione di angoscia e tristezza di visitare un campo di concentramento. Fortunatamente nel pomeriggio, siamo giunti in un luogo che da il messaggio opposto e infonde ai suoi visitatori serenità e speranza. Si chiama Monumento al Rinascimento Africano, in bronzo ed alta 49 metri, è posta su una collina che domina l’intera Dakar. Percorrere la ripida scalinata per raggiungere la donna, l’uomo e il bambino che guardano verso il mare è un pò come fare penitenza, sopratutto sotto il caldo torrido estivo. Ma la veduta ripaga la fatica ed il significato arriva forte e chiaro: guardate quello che vi circonda, dopo secoli bui, che non verranno mai dimenticati, il paese si sta rialzando.



Il giorno successivo, per disintossicarci dal caos e dalla capitale fin troppo europea per i miei gusti, ci siamo diretti nel desolato sud verso l’Isola delle conchiglie. Il nome del luogo genera per noi italiani delle aspettative ben precise. Come sentiamo le parole “isola” e “conchiglie” ci immaginiamo, chissà perché, un atollo maldiviano dalla bianca spiaggia cosparsa di madreperle. Invece Fadiouth è esattamente l’opposto. Il suo nome è dovuto al fatto che nell’isolotto, che si trova nel mezzo ad una laguna ed è collegato alla terra ferma da un ponte di legno, le strade sono completamente ricoperte dai gusci vuoti delle conchiglie accumulate nel corso dei secoli dai pescatori di molluschi. Al nostro arrivo non abbiamo potuto fare a meno di notare il forte odore di mare, misto a quello degli allevamenti di maiali presenti nel paesino abitato da una numerosa comunità cristiana. Una volta fatto il naso all’aria acre, ci siamo addentrati tra le stradine pressoché desolate. Eravamo gli unici turisti. Le donne essiccavano i pesci per le strade o sgusciavano i molluschi gettando immancabilmente le conchiglie dalle finestre. I bambini giocavano fuori dalla scuola con la corda. Gli uomini, rientrati dalla pesca, si rilassavano sotto tendoni per ripararsi dal sole e facevano conversazione tra loro. Sono rimasta affascinata da quell’insolito paesaggio fatto di conchiglie e spontaneità. Niente era turistico, niente era artificiale, niente era li per noi. Osservavo ogni dettaglio e cercavo di portarlo via con me attraverso scatti rubati, attenta a non offendere nessuno o a violare la sua privacy. Ma erano proprio i suoi abitanti a rendere speciale quel luogo. Loro avevano costruito case con mattoni fatti di conchiglie, loro avevano dipinto porte e finestre di azzurro.



Ho lasciato la giornata a Bandia per ultima, come ciliegina sulla torta del mio affascinante viaggio e del mio racconto. È stata una sorpresa inaspettata anche per noi, organizzata dall’amica di mia madre in gran segreto per farci innamorare completamente del Senegal e promettere che saremo tornate il prima possibile. La riserva privata di 3500 ettari, distante una ventina di chilometri da Somone, è riservata ad animali erbivori per volere del suo proprietario, così da garantire loro pace e protezione dai predatori e dall’uomo. Accompagnati da un ranger ci siamo addentrati all’interno del parco, percorrendo i sentieri di terra rossa tra la bassa vegetazione e gli alti baobab. Non c’è voluto molto per avvistare le prime giraffe, visto che la riserva ne ospita bel 510. Questi sontuosi animali, dall’andatura pacata ed elegante, ci hanno seguito per tutto il pomeriggio. Dopo le indicazioni del nostro accompagnatore siamo diventati abili nel distinguere i maschi dalle femmine, gli adulti dai giovani. Non ci temevano e noi non temevamo loro, ciò ha consentito di poter scendere dall’auto, cosa solitamente vietata durante i safari, e di avvicinarci il più possibile. Ho avuto la sensazione che alcune di loro si mettessero in posa per le mie foto, è stato unico. Poi ci siamo imbattuti in Bubi. Avevamo visto zebre, struzzi, bufali, scimmie, facoceri ed antilopi. Ero davvero desiderosa di poter vedere un rinoceronte da vicino, non mi era capitato neanche durante il mio precedente viaggio in Kenya e più passava il tempo più questa specie rischiava l’estinzione quindi la presenza nel parco di due esemplari era un’occasione da non perdere. Non mi potevo certo immaginare però che il piccoletto, ventenne di tre tonnellate, avrebbe deciso di grattarsi il corno contro la nostra jeep. All’inizio vederlo avvicinare così tanto da poterlo toccare è stato stupefacente. Si notava perfettamente che il suo corno era stato limato per renderlo non appetibile ai bracconieri e garantire a Bubi una vita serena. Devo ammettere che anche in questa occasione mi sono commossa, non è certo un incontro ravvicinato che capita spesso. Poi, incuriosito dalla nostra vettura, ha iniziato a strusciare il suo grosso muso contro la ruota ed il parafango, con pochissimo sforzo avrebbe potuto sollevarci in aria. Non potevamo mettere in moto e ripartire, poiché per vederlo meglio eravamo usciti dal sentiero battuto ed avevamo degli alberi che ci sbarravano la strada, ma non potevamo neanche fare retromarcia perché c’era Bubi ad impedircelo. Il clima si è fatto più teso, il ranger cercava di tranquillizzarci ma allo stesso tempo ci ordinava di rimanere in silenzio e di non muoverci. Avevo il cuore in gola. Era evidente che il rinoceronte si era innervosito. Dopo minuti molto molto lunghi, durante i quali io mi stavo guardando intorno per individuare l’albero sul quale mi sarei arrampicata se la nostra jeep si fosse ribaltata, l’autista è riuscito a ripartire e per fortuna Bubi non era così arrabbiato con noi da seguirci. Il resto della nostra visita è proseguito senza ulteriori pericoli. All’unanimità abbiamo scelto di non metterci sulle tracce dell’altro rinoceronte del parco, la femmina, visto che l’incontro con il primo ci era abbondantemente bastato. Bandia è una riserva meravigliosa, tenuta in modo eccellente e che non ha niente da invidiare ai più rinomati parchi di Kenya o Sudafrica. E’ economicamente accessibile a tutti e particolarmente adatta anche a famiglie con bambini piccoli. Da agente di viaggi ho riconosciuto immediatamente il suo potenziale e la consiglio vivamente a tutti.



Ed eccoci qua, alla fine del mio racconto del mio primo viaggio in Senegal. Primo perché sento che ce ne saranno molti altri in futuro. Si è creato un inaspettato legame tra me, quella terra e i suoi abitanti, umani e non. Ogni giorno l’amica di mia madre mi aggiorna su come stanno Nalla e Simba e mi manda loro foto. Crescono a vista d’occhio e mi dispiace pensare che, se riuscirò a rivederli di nuovo, non mi riconosceranno e molto probabilmente vorranno mangiarmi.

Il Senegal offre, a chi si è stancato dei ritmi e delle aspettative della società occidentale o ne è stato deluso, di iniziare una nuova vita molto più essenziale e primordiale ma in grado di ristabilire l’equilibrio tra mente e corpo. Nei miei sogni più infantili mi sono sempre immaginata a vivere nella savana, lavorare per curare e salvare gli animali. La mia vita, come sapete bene, poi ha preso una direzione molto diversa, con una carriera in un settore che ha poco a che vedere con questo stile di vita, che è rimasto solo un intimo desiderio irrealizzabile. Dopo il viaggio in Senegal invece, mi sono ritrovata spesso a pensare che la vita è solo una, che niente è per caso e che posso conciliare i miei sogni di bambina con i miei doveri da adulta.

Tranquilli, continuerò ad organizzare i vostri viaggi ancora per molto tempo, amo il mio lavoro e sono molto appagata da quello che faccio. Ma mi piace pensare che, tra qualche anno, ai primi freddi dell’autunno vi saluterò per andare a trascorrere qualche mese con i miei amati Nalla e Simba.

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